Aristotele


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giudizio

Aristotele ha dei notevoli meriti, che elenchiamo nella colonna di sinistra della seguente tabella, mentre i suoi limiti li elenchiamo a destra:
il riconoscimento che la realtà è strutturalmente intelligibile e ordinata (tesi comune alla cultura greca, ma da lui esplicitata con insuperata sistematicità); questo ordine rimane però limitato al livello universale necessario, lasciando il contingente e il particolare, cioè l'ambito della vita concreta, nella assenza di significato adeguato;
il realismo gnoseologico: la conoscenza umana è aperta alla realtà, e può conoscere con certezza delle verità stabili e universali; la conoscenza che gli interessa è quella dell'universale, e questo lascia nel soggetto concreto un senso di inappagante vuoto;
la tesi che la conoscenza inizia con la sensazione (che evita un ripiegamento spiritualistico su una interiorità soggettiva, come serbatoio di contenuti innati), ma si dispiega fino a un livello di universalità (evitando così la riduzione empiristica, già professata dai sofisti e dopo di lui riproposta da epicurei e stoici); Non si spinge fino in fondo nel valorizzare né la sensazione (che ha a che fare con l'insignificante essere accidentale), né l'intelligenza, che viene decapitata del suo vertice, la ricerca inesausta del Significato infinito di tutto;
il riconoscimento della esistenza di una realtà non visibile, divina, più reale dello stesso mondo fisico; questo divino non è un Tu, non è Mistero infinito, onnipotente e creatore, che si possa pregare, ma un ""Motore Immobile" narcisisticamente ripiegato su di sè;
una antropologia che da spazio a un livello spirituale come distintivo dell'uomo nei confronti del mondo animale; tuttavia non riconosce il fattore libertà, limitandosi al fattore intellettivo, come vero fattore differenziante dell'uomo: così non è ben focalizzato in lui il concetto di persona;
la tesi che l'uomo non si realizza nei piaceri, nel successo o nella ricchezza, ma solo coltivando quel livello spirituale che gli è specifico; la contemplazione, come la intende lui, rischia di essere ancora un trastullo, una droga intellettuale (oltretutto solo per ricchi fortunati), che non risolve né affronta il dramma costituito dalla morte;
l'idea della naturalità della società e il primato di un regime politico moderato e "razionale"; ma il "giusto mezzo" da lui propugnato può facilmente essere inteso come compromesso accomodante;

esposizione

impostazione di fondo

  • Esiste sì, come per il suo maestro Platone, un mondo intelligibile, spirituale e invisibile (i "Motori immobili"), ma è pienamente reale anche il mondo sensibile, questo mondo, che è fatto di sostanze materiali.
  • Se infatti per Platone centrale è l'idea, realtà perfetta e immutabile, per Aristotele centrale è la sostanza, che è anzitutto sostanza materiale, corporea.
  • Mentre Platone era quindi tutto proteso verso il mondo delle idee, che abbiamo già visto prima e vedremo dopo dell'unione al corpo della nostra anima, per Aristotele questa, presente, è la vera vita. Niente egli ci dice di una vita ultraterrena (che però nemmeno esclude).

    suddivisione del sapere

    tutto il sapere si suddivide ordinatamente:

    metafisica

    Il suo fine è la contemplazione, cioè la conoscenza (disinteressata) della verità. Infatti, secondo Aristotele "tutti egli uomini, per natura, tendono al conoscere (panteV anqropoi tou eidenai oregontai fusei)".

    Il che significa che c'è nell'uomo il desiderio di conoscere la verità, e questo desiderio è più forte di qualsiasi interesse pratico. L'uomo desidera sapere il senso della sua esistenza, come è davvero, non piegandone la ricerca a un progetto predeterminato.

    La metafisica ha quattro significati fondamentali

    1. aitiologia

      In quanto tale la metafisica è scienza delle cause prime, ossia dei supremi perché. Si possono in effetti conoscere dei perché prossimi, che si costituiscono in realtà come dei "come" in rapporto ai perché supremi, alle cause prime, che la metafisica considera.
      Tali cause prime sono quattro: materiale, formale, efficiente (o agente) e finale.
      La causa materiale o materia è il sostrato indeterminato, privo quindi di caratteri specifici. Di questa causa si sono occupati essenzialmente i primi filosofi (dalla scuola ionica a Eraclito).
      La causa formale o forma è il fattore determinante, ciò che fa sì che la materia indeterminata assuma certi caratteri distintivi. Di questa causa si è occupato in particolare Platone, con la sua teoria delle idee.
      La causa efficiente (o efficace, o agente) è ciò da cui è prodotto l'effetto: è la causa nel senso corrente del termine. È Empedocle ad aver per primo individuato questa causa, da lui collocata nelle forze di Amore e Odio.
      La causa finale o fine è ciò verso cui tende la cosa causata. Di questa causa ha parlato soprattutto Anassagora, con la sua teoria del Nous, che organizza tutta la realtà dei semi in modo ordinato e finalizzato.

      Materia e forma sono principi intrinseci alla cosa, al punto che non si possono scindere. Causa efficiente e finale sono invece estrinseci alla cosa causata, la prima precedendola, la seconda seguendola.

    2. ontologia

      "Vi è una scienza che studia l'essere in quanto essere e le proprietà che gli competono in quanto tale", afferma Aristotele all'inizio del libro Gamma. La metafisica è infatti, nel suo secondo senso, scienza dell'essere in quanto essere.

      [analogia=uni-molteplicità dell'essere] L'essere, ciò che è in ogni cosa, è al contempo uno (identico nelle diverse cose) e molteplice (poiché le cose sono comunque molte), ossia è analogo. Aristotele afferma quindi la analogia dell'essere.

      [unità dell'essere] In quanto uno, l'essere ha delle leggi, dei principi a cui obbedisce: il principio di identità, di non-contraddizione e del "terzo escluso", per cui è impossibile che la stessa cosa sia e non sia (to gar auto ama uparcein te kai mh uparcein adunaton tw autw kai kata to auto, G, 3, 1005b 19/20).
      Come si dimostrano tali principi supremi? Non possono essere dimostrati positivamente. È da pazzi dice infatti Aristotele, chiedere la dimostrazione di tutto: alcune cose sono autodimostrantesi: sono evidenti. Se si pretendesse di dimostrare tutto si cadrebbe in un circolo vizioso: si dimostrerebbe A con B, B con C e così via, fino a Z, che sarebbe dimostrata con A. Il che sospenderebbe il tutto a una ultima non dimostrazione. Da un lato quindi i principi supremi sono immediatamente evidenti.
      Tuttavia una qualche forma di dimostrazione esiste: per assurdo. Mostrando che chi volesse negarli non potrebbe essere coerente.

        Chi volesse negare i principi supremi dovrebbe essere come un tronco (omoios futw): infatti qualsiasi parola o discorso uno pronunzi intende dare con ciò stesso un senso preciso al suo discorso o alla sua parola. Nessuno parla per dire una cosa e il suo contrario e infinite altre cose. Ma così dovrebbe essere se il principio di non contraddizione non fosse vero. Il che dimostra che è impossibile, di fatto, negarlo (G, cap. 4/6).

      [molteplicità dell'essere] Si danno quattro significati fondamentali dell'essere:

             

      / [ideale]
      ("secondo il vero e il falso")    
      essere

        / accidentale
      (katà symbebekòs)
           

      \ [reale]   / secondo potenza e atto (essere in senso dinamico)

      \ [necessario]      

        \ secondo le categorie (essere in senso statico-strutturale)
      specificazioni

      1. Essere secondo il vero e il falso (to on os alethès): è l'essere in quanto pensato: solo questo essere può essere falso; infatti la falsità è solo nel giudizio del soggetto che non si "adegua" all'oggettività del reale. Non esistono "cose false", ma pensieri falsi. Il che significa che l'essere in senso vero e proprio coincide col vero. Il che è molto prossimo al dire che la realtà non inganna, ma è il soggetto umano a porre diaframmi alla verità, a cercare di alterare ciò che di per sè sarebbe retto e limpido.

      2. Essere accidentale: è l'essere che di fatto si trova ad accadere, ma potrebbe anche non accadere; è senza essere radicato nelle profondità necessarie delle strutture intelligibili che costituiscono l'intelaiatura del reale. Di fatto è accidentale ogni realtà particolare e ogni evento concreto. Necessarie sono solo le struttura intelligibili, le nature specifiche e le leggi universali. Questo significa che per Aristotele io che scrivo e tu che leggi esistiamo per un caso, e per caso ci è accaduto nella vita quello che ci è accaduto: il particolare in quanto tale non ha senso, è assurdo. Sensato è unicamente l'universale. Ma in questo modo, per Aristotele, la vita concreta non è salvata.

      3. Essere secondo potenza e atto. Con questi concetti Aristotele imposta la sua soluzione al problema della contraddittorietà del divenire, quale la aveva prospettata Parmenide. Per il quale il divenire è l'essere del non essere e il non essere dell'essere. Invece il passaggio è non dal non-essere (assoluto) ma da quel non-essere relativo che è l'essere potenziale all'essere attuale. Il che non implica contraddizione. Essere potenziale è ad esempio il seme rispetto alla piante che se ne svilupperà: il seme è in atto seme, e in potenza pianta.

      4. Essere secondo le categorie. Ossia sostanza, qualità, quantità, luogo, tempo, relazione, agire, patire. Una distinzione essenziale va fatta tra la categoria di sostanza, che è la principale, e quelle degli "accidenti". Solo la sostanza "sussiste", mentre gli accidenti "ineriscono" alla sostanza, come sue determinazioni. Non esiste il verde in sè, ma il verde di una data sostanza (ad esempio di una pianta), mentre la pianta esiste in sè stessa, non "appoggiandosi" ad altro, non inerendo.

    3. usiologia

      Nell'essere, tra i vari tipi di essere un posto centrale lo occupa la sostanza.
      Sostanza è un essere che non inerisce ad altro, ma è sostrato di inerenza di altro (cioè degli accidenti). Le caratteristiche della sostanza sono le seguenti:

       
    4. unità (la sostanza deve essere un che di uno: un sasso è una sostanza, un mucchio di sassi no)
    5. determinatezza (deve essere un tode tì, deve potersi indicare concretamente)
    6. indipendenza (appunto in quanto la sostanza sussiste, e non inerisce: un maglione è sostanza, il blu no, perché è sempre blu di qualcosa, di qualche sostanza, ad esempio blu del maglione)
    7. attualità (deve essere qualcosa di attuale, di reale: il seme che è seme ora, è sostanza, la pianta che il seme può diventare, sviluppandosi, non è sostanza, finché il seme resta seme).
    8. In base a tali presupposti può essere detto sostanza:

        non la materia: che non è attuale, né determinata, né indipendente, né davvero una

        nemmeno, sotto ogni aspetto, la pura forma, che nelle sostanze corporee non è indipendente, pur essendo determinata, una e attuale

        ma il sinolo di forma e materia: questa è la vera sostanza che costituisce il mondo fisico, da noi immediatamente conosciuto.

    9. teologia

      tra le varie sostanze centrale è la sostanza prima, il Motore Immobile, che, pur invisibile e spirituale, può essere affermato a partire dal divenire che constatiamo nel mondo fisico.
      Il Motore Immobile, suprema perfezione della realtà, è eternamente felice nella contemplazione di sè stesso, ma non conosce altro fuori che sè (=non è creatore del mondo, né provvidenza: è il mondo che "va" verso di lui, come verso il suo Fine)

    fisica

  • il mondo sensibile è fatto da sostanze, composte di materia e di forma, e divenienti;
  • il loro divenire può essere di diversi tipi (locale, qualitativo, quantitativo, sostanziale), ed ha necessariamente delle cause.
  • le sostanze corporee sono collocate in uno spazio, che è finito, mentre divengono nel tempo che è infinito (=il mondo è eterno).

    etica

  • L'uomo organizza tutto il suo agire in vista di un fine, e i fini particolari sono subordinati a un fine ultimo;
  • di fatto i diversi uomini hanno diversi fini ultimi (il denaro, il piacere, il successo, etc.), ma ciò non toglie che il vero fine ultimo, quello commisurato alla natura umana sia uno solo.
  • esso non può essere il piacere (comune agli animali), né la ricchezza (che è puro strumento-per), né il successo e la gloria, che sono esteriori all'uomo; esso è la realizzazione ciò che di più proprio abbiamo come uomini, e al contempo la più perfetta partecipazione possibile alla vita del Motore Immobile: la contemplazione della verità intelligibile.
  • di fatto solo pochi uomini possono raggiungere tale fine ultimo
  • tutti invece possono coltivare le virtù, ognuna delle quali è giusto mezzo tra due estremi (esempio il coraggio lo è tra viltà e temerarietà)

    politica

  • L'uomo è per natura socievole
  • la forma migliore di società è quella basata sul "giusto mezzo": una "polis" non troppo grande né troppo piccola, non governata né da una troppo ristretta oligarchia né dalla massa del popolo, incline a farsi condizionare dalle emozioni;
  • esistono differenze qualitative tra gli esseri umani: i liberi sono superiori agli schiavi, i greci ai barbari, gli uomini alle donne e ai figli.

    testi (su)

  • nella Catholic Encyclopedia on line (in inglese, 46 kb html)
  • intervista su Aristotele teoretico [EMSF] (con Gabriele Giannantoni, Andreas Kamp, Wolfgang Kullmann, Emilio Lledo').
  • intervista su Aristotele etico [EMSF] (con Pierre Aubenque, Paul Ricoeur, Mario Vegetti).
  • Il fine ultimo dell'uomo(testo di Aristotele)
  • La meraviglia, causa del filosofare(testo di Aristotele)